Non mi sono mai piaciute le etichette.

Nonostante la volotà di rientrare in una o più definizione per essere finalmente riconosciuta come appartenente a questo o a quell’altro gruppo, non sono mai riuscita a trovare un’etichetta che mi calzasse in pieno.

Mi sono sempre piaciuti il rock e il metal, ma non ho tatuaggi né piercing, sono astemia e non ho mai fumato una sigaretta in vita mia, figurarsi una canna.

Pratico yoga e sono appassionata di Busshismo, ma, per esempio, non sono vegetariana, e non vado in giro vestita con camicioni e amuleti parlando a vanvera di anima ed energie cosmiche.

Sono una ribelle, ma il mio aspetto è per lo più semplice e minimal.

Sono una mamma che pratica disciplina dolce e che pensa che stare con il proprio figlio il piu tempo possibile, ascoltarlo e assecondarlo sia essenziale, ma non credo di rientrare nella definizione di “Mamma ad alto contatto”.

Il cervello umano è portato per natura a suddividere e classificare ciò che si trova di fronte: mettere ogni cosa nella propria casellina mentale ci aiuta ad interpretare la realtà.

Ma ci sono persone che si identificano troppo in un’etichetta, e costruiscono intorno ad essa delle barriere.

Faccio parte di alcuni gruppi facebook dedicati alla disciplina dolce e al maternage: mi ci sono iscritta per avere spunti educativi e ispirazione. Ma purtoppo sempre più spesso trovo invece molta intolleranza e poca empatia.

Leggo commenti velenosi e sprezzanti nei confonti di chi esprime un’opinione diversa, e quello che è più grave commenti offensivi e giudicanti rivolti a mamme che scrivono post di sfogo magari dopo una giornata no, o dopo un momento in cui hanno perso la pazienza e magari hanno fatto qualcosa di cui si sono pentite. E hanno bisogno solo di essere rincuorate e rassicurate.

Hanno bisogno di sentirsi dire che, sebbene abbiamo dei valori molto saldi in cui crediamo con tutte noi stesse, sebbene cerchiamo di fare sempre del nostro meglio, sbagliamo.

Capita, siamo umane.

Perdiamo la pazienza, alziamo la voce, abbiamo magari una reazione di stizza nei confornti dell’ennesimo piagnucolio.

A quale mamma non è mai capitato?

A me si, purtoppo. Mi è capitato di urlare con mio figlio che non se lo meritava, di rispondergli seccata e spazientita, di ignorarlo in un momento in cui avrebbe avuto bisogno di me.

Tristissimo, ma vero.

E quando è successo mi sono sempre sentita una nullità. Per aver deluso mio figlio, ma me stessa per prima.

Ho la fortuna di avere amiche molto fidate alle quali rivolgo i miei sfoghi (e a mia volta ricevo i loro), e che sono sempre pronte a sostenermi nei momenti di debolezza.

Ma come mi sentirei se, esponendomi di fronte a delle sconosciute convinta di ricevere conforto mi sentissi invece messa alla gogna?

Una delle cose più importanti che la maternità mi ha insegnato è la compassione: per me stessa, e per le altre mamme. Anche di fronte a una mamma che si comporta in maniera che non condivido cerco sempre di provare empatia. Quello che oggi è capitato a lei, domani potrebbe capitare a me.

Non dobbiamo mai scordare che dietro ad ogni etichetta c’è una persona, con le sue mille sfaccettature e complessità, e che ogni definizione sarà sempre e solo una parte di qualcosa, mai un tutto. Guai ad essere troppo convinti del contrario!

 

 

 

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